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«Le primarie non sono obbligatorie», avverte Roberto Gualtieri, ex ministro dell’Economia e sindaco di Roma. «Le primarie le possono anche fare gli elettori nelle urne».
Cosa intende?
«Il referendum sulla giustizia non è stato solo un voto contro una riforma sbagliata, ma anche a difesa della Costituzione. I cittadini hanno respinto chi voleva modificare in modo unilaterale gli equilibri fra i poteri dello Stato. Implicitamente è stato pure un no al premierato, che infatti è uscito di scena».
È probabile, ma che c’entra?
«C’entra, noi non dobbiamo introiettare un modello che abbiano sempre contrastato. L’Italia è una Repubblica parlamentare. I partiti corrono alle politiche, quelli che hanno il consenso per formare una maggioranza salgono al Quirinale e propongono al presidente il nome del capo del governo. Che, come avviene in tutta Europa, normalmente è il leader del partito arrivato primo».
Le piace vincere facile: il Pd è davanti a tutti e gli alleati, specie il M5S, non paiono gradire l’opzione.
«Infatti. Si possono anche fare le primarie, ma non sono obbligatorie. Le primarie le possono fare gli elettori nelle urne».
Perché sono divisive, rischiano di aumentare il tasso di conflittualità interna alla coalizione?
«Le primarie possono essere divisive, ma anche un grande appuntamento democratico che cementa la coalizione. Non vanno censurate, né idolatrate. Il centrosinistra non è l’Ulivo, che ha dato vita al Pd. Ora stiamo costruendo un’alleanza fra partiti che hanno idee e collocazioni europee diverse, sennò saremmo lo stesso partito: la priorità assoluta è elaborare un programma di governo comune dentro un perimetro di valori condivisi».
Trascura un particolare: la nuova legge elettorale della destra contiene l’indicazione del premier sul programma.
«Dopo che gli italiani hanno bocciato in modo così netto l’idea che si possano cambiare le regole a colpi di maggioranza sarebbe un atto di protervia insistere su quella proposta, che non interpreta lo spirito del Paese. Una strada sbagliata, non ci riusciranno».
Meloni però in Parlamento ha i numeri, le serve per far vincere la destra nel ‘27.
«Premesso che dubito che con una diversa legge elettorale avrebbe la maggioranza, il governo dovrebbe invece concentrarsi sullo stato molto preoccupante dell’economia. Le nuove tensioni sui mercati alimentate dalla guerra in Iran hanno fatto emergere tutta la fragilità dell’Italia. Frutto anche delle scelte di politica economica degli ultimi anni, caratterizzate da un immobilismo conservatore».
Cioè? Non hanno fatto nulla?
«Si sono sostanzialmente affidati, come unico volano di crescita, al dividendo della stabilità politica e della prudenza di bilancio senza fare niente di più. Il che, volendo, ha pure risvolti positivi: almeno non hanno compiuto scelte devastanti. Ora però il Pnrr sta per finire e non ci sono altri propulsori di crescita né sul versante degli investimenti, né delle politiche industriali, dell’innovazione, dell’attrazione di talenti: il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro».
Non sarà troppo pessimista?
«No. Fra tutti i Paesi Ue l’Italia è più vulnerabile rispetto all’aumento dei prezzi dell’energia e all’andamento del commercio internazionale. Oltre a scontare altri fattori, quali la ristrutturazione del sistema produttivo tedesco che ha un impatto sulle catene di valore alle quali sono legate alcune nostre filiere produttive strategiche. Il motore della nostra crescita è ingrippato sul versante sia della domanda sia dell’offerta, tant’è che sui mercati già si intravedono i primi segnali preoccupanti, come lo spread in risalita. Sono temi sui quali si misurerà la capacità dei progressisti di disegnare un progetto di rilancio del Paese».
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