Regioni, raffica di ricorsi contro il Decreto Sicurezza

Contro il DL Sicurezza si muovono le Regioni. Dopo Toscana ed Emilia-Romagna che hanno già deliberato il ricorso alla Consulta, anche l’Umbria, il Piemonte e la Sardegna sono pronte a compiere lo stesso passo: nelle prossime ore porteranno in giunta la proposta. Calabria e Basilicata lo stanno valutando. Così come il Lazio di Nicola Zingaretti. Partita da un gruppo di sindaci, in testa Leoluca Orlando di Palermo, la battaglia si è spostata alle Regioni che a differenza dei Comuni possono ricorrere direttamente alla Corte costituzionale, senza passare prima da un giudice. Secondo le Giunte regionali il provvedimento presenta profili di “palese incostituzionalità che vanno ad impattare su tutte le più importanti materie di legislazione regionale quali salute, assistenza sociale, diritto allo studio, formazione professionale e politiche attive del lavoro e l’edilizia residenziale pubblica”.

Stando all’articolo 127 della Costituzione, una regione può fare ricorso diretto alla Corte Costituzionale “quando ritenga che una legge o un atto avente valore di legge dello Stato o di un’altra Regione leda la sua sfera di competenza […] entro sessanta giorni dalla pubblicazione della legge o dell’atto avente valore di legge”. L’articolo 13 del decreto sospende l’iscrizione al registro dell’anagrafe per i richiedenti asilo, cosa che può escluderli da alcuni trattamenti sanitari.

Il presidente delle regione Umbria, Catiuscia Marini, spiega che “le misure intraprese dalla Giunta sono in continuità con la tradizione millenaria di civiltà del popolo umbro, improntata ai principi di convivenza pacifica e solidarietà, sempre vicina a chi ne ha bisogno: nessuno di coloro che vivono in Umbria verrà abbandonato al suo destino, umbri e non, con buona pace dei disseminatori di odio. Questa è la terra di San Francesco e San Benedetto, è la terra della spiritualità che si è fatta accoglienza, è la terra dell’impegno laico, civile, solidarista e pacifista”.

Marini ha quindi ribadito la sua “ferma volontà” di mantenere inalterati i livelli dei servizi e dei diritti riconosciuti agli stranieri “entrati regolarmente nel territorio e oggi posti in uno ‘strano limbo’ e penalizzati dal decreto sicurezza, con grave lesione dei diritti umani e del rispetto della dignità di ciascuna persona, una situazione che genera peraltro problemi sociali nelle singole città della regione e rende complicato l’intervento sociale da parte delle istituzioni locali”.

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