ISPRA: NEL 2019 CONSUMATI IN ITALIA 57 CHILOMETRI QUADRATI DI TERRITORIO

L’Italia ha da diverso tempo ferma in Parlamento una legge sul consumo di suolo che non si riesce ad approvare.  E questo nonostante si tratti di un fenomeno che nel nostro Paese non conosce sosta, capace di avanzare a un ritmo molto più elevato rispetto agli altri Paesi europei.

Dopo l’Environmental perfomance index, che attraverso la sua classifica relegava l’Italia al 166esimo posto proprio per la cattiva gestione del territorio, ennesima conferma arriva dall’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra).

Secondo il rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” redatto da Ispra e Snpa (il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, costituito da Ispra e dalle Agenzie ambientali regionali e delle province autonome) e presentato il 22 luglio, questo fenomeno trova dinamiche del tutto singolari dato che “il consumo di suolo non va di pari passo con la crescita demografica”.

In Italia, infatti, nonostante nel 2019 siano nati “solo” 240mila bambini, la copertura del suolo è avanzata di ulteriori 57 chilometri quadri (km2). In pratica, come aver perso due metri quadrati (mq) al secondo di terreno e come se ogni nuovo nato avesse a disposizione nella propria culla addirittura 135 mq di cemento. In generale, mentre lo scorso anno la popolazione calava di oltre 120mila abitanti, andavano in fumo 57milioni di mq di spazio, sostituiti da nuovi cantieri e costruzioni.

Inoltre, viene segnalato che “lo spreco di suolo continua ad avanzare nelle aree a rischio idrogeologico e sismico, e tra le città italiane, con la Sicilia che rappresenta la regione con la crescita percentuale più alta nelle aree a pericolosità idraulica media”. Ma la copertura artificiale avanza anche in altre zone ad alto rischio idrogeologico, basti pensare che la Liguria che ha quasi il 30% di aree a pericolosità idraulica è la regione con il valore più alto di suolo impermeabilizzato.

Ogni abitante del Belpaese ha attualmente in carico 355 mq di spazio occupato da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, una vera e propria invasione del territorio che sta causando la perdita, spesso irreversibile, di aree naturali e agricole e dei rispettivi servizi ecosistemici offerti.

È il Veneto, con 785 ettari in più, la regione che ha consumato maggior territorio nel corso del 2019, seguita da Lombardia (più 642 ettari), Puglia (più 625 ettari), Sicilia (più 611 ettari) ed Emilia Romagna (più 404 ettari). Se guardiamo invece al territorio comunale, Roma si conferma il peggior comune d’Italia per trasformazione del territorio, con un incremento del suolo artificiale pari a 108 ettari (dal 2012 sono 500 gli ettari persi), seguita da Uta in provincia di Cagliari con 58 ettari consumati e Catania con 48 ettari. Migliorano leggermente il trend i comuni di Milano, Firenze e Napoli che hanno coperto meno suolo negli ultimi 12 mesi rispetto alla media degli anni precedenti (rispettivamente 125 ettari, 16 ettari e 24 ettari impermeabilizzati negli ultimi sette anni).

Qualche piccolo segnale positivo che emerge dal rapporto trova, per esempio, la Valle d’Aosta protagonista che con soli tre ettari di territorio impermeabilizzato nell’ultimo anno, prima regione italiana vicina all’obiettivo “Consumo di suolo 0”; mentre si dimezza la quantità di suolo perso in un anno all’interno delle aree protette (che ora è inferiore alla media nazionale).

Sono le zone costiere, infine, già cementificate per quasi un quarto della loro superficie, a subire i danni maggiori, con un consumo di suolo che qui cresce con un’intensità due-tre volte maggiore rispetto a quello che avviene nel resto d’Italia.

Analizzando gli scenari futuri, nel caso in cui la velocità di trasformazione dovesse confermarsi pari a quella attuale, il Rapporto stima il nuovo consumo di suolo in 1.556 chilometri quadrati tra il 2020 e il 2050. Se invece si dovesse tornare alla velocità massima registrata negli anni 2000, si arriverebbe quasi a 8mila chilometri quadrati. In ogni caso, è la conclusione, tutti valori molto lontani dagli Obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030.


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