Immigrazione, perché adesso serve una riforma. Intervenire su governance europea, frammentazione del sistema di accoglienza, rimpatri

L’emergenza sanitaria e la riduzione degli sbarchi hanno spostato l’attenzione da quello che negli ultimi anni era stato tra i temi più “caldi” del dibattito politico e per l’opinione pubblica.

Dopo il picco del 2015, gli sbarchi sono stati fortemente ridotti negli ultimi cinque anni (principalmente a seguito degli accordi tra Ue e Turchia del 2016 e tra Italia e Libia del 2017): sommando le tre rotte mediterranee, nel 2020 gli sbarchi sono stati complessivamente 72 mila. Anche le richieste d’asilo in Europa si sono quasi dimezzate dal 2015 (1,26 milioni) al 2019 (676 mila), con riduzioni sensibili in molti Paesi.

Tuttavia, vista la situazione tutt’altro che stabile in molte aree del Sud del Mediterraneo (Libia e Siria su tutte), sarebbe illusorio pensare che i problemi degli sbarchi e delle richieste d’asilo siano risolti definitivamente. Ad esempio, nei primi due mesi del 2021 si sono già registrati quasi 5.000 sbarchi in Italia, quasi 20 volte di più rispetto allo stesso periodo del 2019.

In un momento di relativa calma, dunque, sarebbe opportuno intervenire su quelle criticità strutturali che rischiano, in caso di un nuovo aumento degli sbarchi, di rendere la situazione nuovamente difficile da gestire.

I temi da affrontare, con vari livelli di competenza, sono principalmente tre: la governance europea, la struttura del sistema di accoglienza italiano, i rimpatri.

Sul piano europeo, il “Nuovo Patto su Migrazione e Asilo” lanciato dalla Commissione europea nel settembre 2020 è stato visto da alcuni come “storica vittoria”.

In realtà nel piano non c’è traccia né della riforma di Dublino né di quote di ricollocamento automatiche o obbligatorie. Il Piano fa solamente dei richiami generici ai principi di solidarietà previsti dai Trattati (e puntualmente disattesi dagli Stati) e alla necessità di potenziare controlli alla frontiera e rimpatri.

Insomma, la responsabilità dell’accoglienza rimane essenzialmente in capo ai Paesi di primo approdo, senza una vera condivisione delle responsabilità e degli oneri.

A dire il vero, nel novembre 2017 il Parlamento europeo aveva approvato una proposta di modifica molto ambiziosa, introducendo una responsabilità condivisa nella gestione delle domande d’asilo. La riforma naufragò però al Consiglio europeo del giugno 2018 (il primo a cui partecipò per l’Italia Giuseppe Conte, all’epoca a capo del governo giallo-verde), che lasciò alla volontarietà degli Stati Membri gran parte delle azioni di solidarietà.

Il secondo tema riguarda la gestione del sistema italiano di accoglienza, frammentato e lacunoso. Il SAI, “Sistema di Accoglienza e Integrazione”, già SIPROIMI e ancor prima SPRAR, accoglie solo una parte dei migranti ospitati in Italia (circa 25 mila). La parte più numerosa (oggi circa 50 mila, ma si è arrivati anche a 150 mila nel 2017) è invece accolta nei CAS, centri emergenziali gestiti dalle Prefetture: gli ormai famosi alberghi, caserme o altre strutture non sempre idonee.

Infine, la questione “rimpatri”. Se in passato l’Italia era tra i Paesi più “generosi” in termini di accoglimento delle domande d’asilo (addirittura l’80% nel 2012), dal 2015 al 2018 le domande accettate sono state meno del 40% del totale. Nel 2019, poi, a seguito della Legge 132/2018 (“Decreto Salvini”), questo valore si è ulteriormente abbassato (19,7%, circa la metà rispetto alla media europea).

Il Decreto “Salvini”, eliminando la “protezione umanitaria”, ha infatti inasprito la normativa per la concessione della protezione internazionale, aumentando i dinieghi. Al contempo, però, non è intervenuto sui rimpatri (stabili sotto quota 7 mila all’anno), determinando inevitabilmente un aumento degli stranieri irregolari presenti sul territorio.

Il “Decreto Lamorgese” (130/2000) ha in parte ripristinato alcuni elementi della protezione umanitaria (senza però reintrodurla completamente), ma il problema del rimpatrio dei denegati rimane irrisolto.

Rimarrebbe poi da affrontare una quarta questione, quella degli ingressi legali (Permessi per lavoro). Il nesso tra la chiusura dei canali d’ingresso legali e l’aumento dei flussi irregolari è evidente: a partire dal 2011, il sistema di asilo e accoglienza è diventato di fatto, assieme al ricongiungimento familiare, il principale canale di ingresso in Italia. Dunque, si sono inseriti in quel sistema anche i cosiddetti “migranti economici”, che altrimenti avrebbero percorso altre vie (peraltro più sicure).

Affrontare questi aspetti rappresenterebbe in questo momento un’opportunità per passare da una gestione “perennemente emergenziale” ad un approccio razionale e sostenibile.

da neodemos.info, di Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin, ricercatori della Fondazione Leone Moressa

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